Messaggio del SGC Luigi Milazzi alla Festa dell’Isp. Reg. della Liguria

Nel prepararmi per venire alla Festa del Rito della Liguria ho letto che il 7 di giugno, proprio oggi, è esposto il Vangelo di Giovanni (21, 20-25) dove, alla fine, si racconta un episodio del “Risorto”. Gesù di Nazareth dopo aver simbolicamente affidato il “gregge” a Simon Pietro e avergli predetto la sua sorte si avvia con l’apostolo che, voltandosi, si accorge che li sta seguendo Giovanni, quel “discepolo che Gesù amava”, quello che nella cena si era trovato al suo fianco e gli aveva domandato: «Signore, chi è che ti tradisce?». Pietro è curioso di conoscere quale sarebbe stato il destino di Giovanni e chiede: «Signore, e lui?». E Gesù gli risponde: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, che te ne importa? Tu seguimi». L’autore dell’Evangelo racconta che allora si diffuse tra i fratelli la voce che Giovanni non sarebbe morto, cosa che Gesù non aveva detto, e ripete la sua risposta: «Se voglio che rimanga finché io venga, che te ne importa?».
Se con il IV evangelo la chiesa risolveva, come ha scritto lo storico Adolfo Omodeo, il complicato problema della fede con la speranza, della gnosi con la fede, proprio in questo passo emerge, con tanto autorevole riconoscimento, il grande filone della gnosi cristiana, che fa capo al presunto autore dell’Apocalisse, che grande influenza avrà sulla nostra tradizione e sul pensiero libero muratorio in generale.
Questo mi è sembrato interessante ricordare dopo aver ascoltato le considerazioni che sono state presentate con maestria su un tema centrale del nostro percorso di perfezionamento interiore.
Prima di aggiungere il mio contributo a queste considerazioni, vorrei parlare del Rito Scozzese e ricordare il notevole sforzo fatto in questi ultimi anni per ripercorrere le regole e i contenuti del nostro Rito, cioè lo Statuto e il Regolamento generale, e i Rituali di tutti i gradi praticati, arricchiti del rituale del XIV Grado. E’ stato un lavoro complesso. Infatti, come voi ben sapete, il Rito Scozzese è il risultato, nel tempo, del concorso di tradizioni diverse, tra cui quella gnostica sopra citata, che hanno influito sia sulla sua forma sia sul suo contenuto. C’è poi un terzo problema che appassiona gli studiosi del pensiero e della storia della Massoneria, ed è la domanda, come mai motivi sociali, politici, economici e filosofici hanno favorito l’osmosi di forma e contenuto. Per tale motivo questo ripasso è in realtà un cantiere sempre aperto all’approfondimento e al miglioramento di testi e contenuti che si riferiscono alla nostra antica tradizione.
E’ fondamentale che i Fratelli appartenenti al Rito Scozzese Antico e Accettato osservino la pratica della rettitudine, il culto della verità, della giustizia e della libertà e agiscano sempre con tolleranza e saggezza, in tutte le situazioni sia all’interno sia all’esterno. Di conseguenza il proselitismo va compiuto fra quei Maestri Liberi Muratori dei quali sia stata accertata l’attitudine a realizzare in sé il contenuto iniziatico dei Gradi del Rito Scozzese e al rispetto de i suoi principi generali. Così recita il nostro Statuto.
Tutte le attività devono procedere avendo ben presente l’obiettivo di operare in modo che il R. S. A. A. sia sempre un sicuro punto di riferimento non solo per gli Scozzesi, ma anche per tutti i Fratelli liberi muratori. Specialmente in questo momento difficile che le società occidentali stanno vivendo, in cui i valori autentici dello spirito sono stati oscurati dagli interessi materiali e di parte, per cui è sempre più complicato esprimere certezze e infondere fiducia. Poiché il Rito Scozzese non può prescindere da questo impegno e sfuggire alle sue responsabilità e al confronto con il mondo profano, deve essere ben presente nella società evitando tutto ciò che può dividere i nostri simili e cercando incessantemente il modo di fare convergere tutti verso il principio Originale, sorgente di armonia e fraternità.
Noi cerchiamo di rispondere a tal esigenza e di diffondere i principi immortali della Massoneria Scozzese, attraverso le iniziative che sono realizzate e aperte a tutti, come i convegni nazionali, le numerose manifestazioni locali, il sito web con l’importante rivista “Informazione Scozzese”, cui si aggiungono le pubblicazioni realizzate periodicamente o in particolari occasioni dagli Ispettorati regionali, le agenzie di stampa che ci seguono da vicino e diffondono i nostri messaggi.
Va ricordato infine il contributo dei singoli Fratelli attraverso la presentazione di studi e ricerche di grande interesse storico ed esoterico. In quest’ambito si è voluto stringere ancor più i contatti con quanti, soprattutto fra gli stessi Fratelli scozzesi, si adoperano per la difesa della libertà, per la diffusione della cultura della pace, bene supremo in un mondo ancora infestato da scontri tribali, per la difesa dei diritti e per il rispetto della dignità delle donne e degli uomini, diritti ampiamente proclamati ma troppo spesso inattuati.
Tale interesse non deve far dimenticare che la principale missione del Rito Scozzese non è il raggiungimento di obiettivi politici e pratici in generale, ma il perfezionamento dell’uomo lungo la Scala Misteriosa del Rito, dove i Fratelli devono applicarsi con sempre maggiore impegno alla costruzione del loro “Tempio Interiore”. Si tratta di una condizione imprescindibile per chi voglia espandere nel mondo la bellezza e la virtù, quale prodotto di una continua ricerca rivolta alla sostanza dei problemi che assillano l’umanità piuttosto che a vane azioni profane prive di qualsiasi concretezza.
Se però non siamo forti all’interno, se non tutti compiamo il nostro dovere di bravi fratelli scozzesi e quindi di bravi cittadini, se i corpi rituali non lavorano con il necessario impegno, s’indebolisce la catena di solidarietà e viene meno quell’esemplarità virtuosa, dove virtù sta per forza.
Ma per diffondere le idee ed essere convincenti è necessario averle assorbite, rese parte di ciascuno di noi, essere noi stessi convinti e quindi convincenti. E’ una missione, dove coraggio, modestia e altruismo ci aiuteranno ad affrontare le sfide del cambiamento che ci stanno di fronte e a tenere alti i nostri antichi, ma sempre attuali, valori. Dove appunto il coraggio di reagire al conformismo imperante, alle filosofie della vita facile, dell’apparire e non dell’essere, deve rappresentare per il Rito Scozzese una risorsa fondamentale per il raggiungimento dei suoi scopi.
L’Urna nel Tempio del IV Grado, racchiude le più alte aspirazioni dell’uomo rappresentate dalla conoscenza della verità, come ci è stato spiegato nel lavoro oggi presentato. L’uomo non è in grado di accedervi, com’è simboleggiato dalla Chiave Spezzata. Da iniziato sa dove è racchiusa la verità e che deve prepararsi nel silenzio interiore, nella vigilanza, nella prudenza e costanza per avere i mezzi necessari ad aprire lo scrigno.
Abbiamo parlato oggi del silenzio e vorrei aggiungere la lezione che ci viene dalla musica, la quale testimonia che l’essenziale in tutte le cose è un non so che d’inafferrabile e d’ineffabile tanto da rafforzare la convinzione che ciò che è di più importane in questo mondo non si possa esprimere con le parole. Il silenzio assume allora, come accadde nel rituale del IV Grado, una funzione simbolica, perché rappresenta ciò che è indicibile. Nel silenzio totale che non è oscurità completa, che anzi è un buon conduttore di percezioni immateriali, giungono all’iniziato le voci che salgono dal profondo, gli sono trasmessi i sottintesi nascosti sotto le cose disvelate per far giungere fino a lui le voci del segreto universale.
Il grande musicista Claude Debussy, autore dell’opera Pelléas et Mélisande, in una lettera a un amico scrive: «Sono andato a cercare la musica dietro tutti i veli che accumula (…) mi son servito, del tutto spontaneamente, di un mezzo che mi sembra raro, vale a dire del silenzio (non ridete) come un mezzo di espressione e forse come del solo modo di far valere l’emozione di una frase … ». Infatti, la parola in «Pelléas et Mélisande» è in funzione del silenzio, un silenzio carico di significati. Per Debussy la musica inizia là dove la parola è incapace di esprimere, perché soltanto la musica è destinata a rendere l’inesprimibile.
Debussy volle che i titoli dei suoi Préludes” per pianoforte fossero posti alla fine e non all’inizio dei brani, sospesi fra tre puntini, per non influenzare in alcun modo l’interpretazione attraverso suggestioni extra-musicali per lasciare libera l’immaginazione dell’ascoltatore. La musica avrebbe dovuto assolvere la funzione del simbolo, inteso come veicolo sensibile di contenuti spirituali.
C’è una grande carica in tutto ciò che è implicito, che non si dice e non si riesce a dire, quando gli affetti sono profondi e autentici. Il sentimento vero si espande nei silenzi, ha bisogno di poche ma intense parole. Parole che rimangono anche nei silenzi e che dicono un amore o un’amicizia o una fraternità destinati a non morire mai.
Ha scritto il poeta, Padre David M. Turoldo: «Un chiostro è il mio cuor/ Ove tu scendi a sera/ Io e Te soli/ A prolungare il colloquio».
La musica, come la lettura del nostro Rituale, rinforza la nostra convinzione che la cosa più importante del mondo è proprio quella che non si può dire ed è l’unico vero segreto gelosamente conservato nei nostri cuori.
Per il bene dell’umanità e alla gloria del G. A. D. U.

Luigi Milazzi 33° SGC

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