Festa del Rito, 8 Giugno 2024: Intervento del Sovrano Gran Commendatore

Venerabilissimi e Potentissimi Sovrani Gran Commendatori, Potentissimi Fratelli del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato per la Giurisdizione Massonica Italiana,  Illustrissimo e Venerabilissimo Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia,  Fratelli tutti carissimi, è con grande responsabilità ed orgoglio che ho l’onore di celebrare oggi la Festa del Rito Scozzese che quest’anno compie 219 anni di vita, anni tutti declinati nel gravoso ed incessante compito di edificare Templi alla Virtù, scavare oscure e profonde prigioni al Vizio e lavorare al Bene ed al Progresso dell’Umanità.

Il Rito Scozzese, tuttavia, e questo rappresenta un ulteriore motivo della sua grandezza, non specifica mai il grande Principio che dovrebbe guidare le nostre azioni ma ci fornisce miti, allegorie, simboli sui quali riflettere e quindi assimilare.

Esso deve prendere forma nel nostro interno lentamente, realizzandosi attraverso un processo in divenire, per certi versi assimilabile al “coagula et solvi” degli antichi alchimisti, sì da condurre alla nascita di un diverso livello di consapevolezza che ci consenta di dominare gli istinti inferiori bilanciandoli adeguatamente con l’azione interiore

La nostra personalità dovrà subire un continuo lavoro di autocritica, teso ad eliminare gli aspetti negativi e deteriori, ed a potenziare al contrario le virtù ed i precetti morali, lottando costantemente contro le debolezze proprie della natura umana.

Il trinomio fondamentale che ritroviamo scolpito nei nostri Tempi, e che costituisce il paradigma identitario massonico, ovverosia Libertà, Uguaglianza e Fratellanza, non sempre tuttavia viene declinato in maniera adeguata.

Una virtù particolarmente cara ad ognuno di noi è senz’altro la libertà che per Isaiah Berlin, che a questo tema ha dedicato gran parte della sua vita, è l’assenza di costrizione, nel senso che nel mondo reale le limitazioni imposte dal vivere sociale al fare e al volere degli individui devono essere ridotte quanto più è possibile.

Ricordo che anche a noi all’atto della iniziazione fu detto dal 1° Sorvegliante: per noi, la Libertà è il potere di compiere o non compiere certi atti, secondo la determinazione della nostra volontà. È il diritto di fare tutto ciò che non è contrario alla legge morale ed alla libertà altrui.

Berlin, così come Karl Popper, ritiene, che la Libertà sia intimamente legata alla Giustizia, tema quest’ultimo su cui i fratelli scozzesi sono chiamati a meditare in più di una camera e che riveste, a parer mio, una fondamentale importanza sia nella vita profana sia all’interno della nostra Istituzione.

Non a caso nel Tempio ove si svolgono i lavori dei primi tre gradi la statua di Minerva è posta alla destra del Maestro Venerabile a sottolinearne l’importanza; allo stesso modo nel Tempio in cui si riunisce il Supremo Consiglio c’è il richiamo alla Saggezza che nell’antica Roma era rappresentata dalla dea Minerva insieme alle leggi e alla Giustizia.

La dea Minerva, per i greci Atena, racchiude in sé tutte le facoltà e le virtù a cui ogni libero muratore dovrebbe tendere; in essa, infatti, trovano composizione tutti gli opposti, di modo che da ciò scaturisce una particolare forma di saggezza che consiste nell’agire al momento giusto nella maniera più adeguata.

Minerva, infatti, è una dea guerriera ma anche la dea dell’ulivo, simbolo di pace; la dea delle strategie militari, ma anche la dea delle arti femminili quali la tessitura e il ricamo, è una dea che riassume in sé Ercole e Venere: il maschile e il femminile, il semidio della forza e la dea della bellezza e dell’amore.

Minerva difende non solo la città dalle aggressioni esterne ma anche la libertà dei singoli cittadini dalle mire di chi vuole sopprimerla col diventare tiranno, è la dea che invita i giudici ad esprimere un verdetto equo tenendo conto, nell’applicare la legge, non solo dell’azione criminosa ma anche e soprattutto delle cause da cui essa scaturisce.

Se ad un cittadino dell’Atene dell’età classica fosse stato chiesto come mai gli ateniesi avessero scelto tra tutti gli dei una dea armata come protettrice della propria città egli avrebbe risposto che Atena, in quanto donna, amava con amore materno tutti i cittadini allo stesso modo ma che era armata per difendere la libertà della città e dei singoli cittadini.

Eguaglianza e Libertà, i principi che permettono ai cittadini di sentirsi uniti da un forte vincolo di fratellanza, pur nella loro diversità, non sono forse i principi che la Massoneria dovrebbe coltivare – per il bene dell’umanità – all’interno dei propri Templi per poi estenderli nel mondo profano?

Togliete la Libertà di poter essere diversi e avrete il pensiero unico del dittatore e dei suoi accoliti con la creazione di un sistema repressivo fatto di sospetti e tribunali speciali pronti a condannare chi ha idee diverse, tutto a difesa del Potere.

Fratelli, non si è tali perché si condividono delle credenze o, peggio, perché ci si riconosce in certi dogmi; essere “fratello muratore” significa accettare un vincolo massonico tale, in termini di concetti e di valori, da coinvolgere sentimenti, armonia di affetti, solidarietà, tolleranza ed edificazione comune, ciascuno come semplice portatore di pietra levigata per la costruzione del Tempio, le cui fondamenta, è bene ricordarlo, partono dall’oscurità della terra dove vengono posate le fondamenta che devono necessariamente essere forti, in grado di sostenere un progressivo innalzamento dell’Opera verso il cielo, alla ricerca della Luce.

Per cercare di realizzare adeguatamente questo risultato, per edificare una costruzione che abbia l’ambizione di sfidare il tempo e la natura vi invito, Fratelli carissimi, a tenere sempre a mente quanto moltissimi anni fa il grande Dante Alighieri scriveva nel 26° Canto dell’Inferno, il Canto di Ulisse “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”; con queste parole Ulisse esorta i compagni a proseguire il viaggio verso l’ignoto, ricordando loro che Dio ha dotato l’uomo di libera volontà e ragione, affinché possa farne un uso accorto, seguendo probamente virtù e conoscenza.

Il corretto impiego della ragione è dunque il compito proprio dell’uomo in quanto tale ed è l’unica via attraverso cui questo possa elevarsi al di sopra di esseri primordiali incapaci di dominare i propri istinti ed inclini, al contrario, a compiere azioni indegne della natura umana.

Carissimi Fratelli spesso, nei momenti di incertezza e di amarezza correlati al gravoso compito di guida del Rito Scozzese a cui sono stato chiamato dai Fratelli miei pari del Supremo Consiglio, quando ho sentito sempre più pressante in me l’imperativo categorico di difendere il Rito a cui ho dedicato buona parte della mia vita e delle mie energie, avendo assunto l’impegno di proteggerlo da tutti gli assalti che venivano dal di fuori e dal di dentro, mi è venuta in mente una toccante poesia di Bertold Brecht che si intitola

A chi esita

Dici:

per noi va male. Il buio

cresce. Le forze scemano.

Dopo che si è lavorato tanti anni

noi siamo ora in una condizione

più difficile di quando

si era appena cominciato.

E il nemico ci sta innanzi

più potente che mai.

Sembra gli siano cresciute le forze. Ha preso

una apparenza invincibile.

E noi abbiamo commesso degli errori,

non si può negarlo.

Siamo sempre di meno. Le nostre

parole d’ordine sono confuse. Una parte

delle nostre parole

le ha stravolte il nemico fino a renderle

irriconoscibili.

Che cosa è errato ora, falso, di quel che abbiamo detto?

Qualcosa o tutto? Su chi

contiamo ancora? Siamo dei sopravvissuti, respinti

via dalla corrente? Resteremo indietro, senza

comprendere più nessuno e da nessuno compresi?

O dobbiamo contare sulla buona sorte?

Questo tu chiedi. Non aspettarti

nessuna risposta

oltre la tua.

E questo vi esorto a fare, carissimi Fratelli, a cercare le risposte alle domande dentro di voi, ad esercitare in libertà ed autonomia il vostro senso critico, a non accogliere supinamente quanto vi si dice, anche le mie stesse parole, a rifiutare di piegare le vostre schiene al potente di turno, ad evitare che “il sonno della ragione generi mostri” come Francisco Goya ci ricorda, a considerare che la via dell’onore è la sola che valga la pena di essere seguita fino in fondo, a sottoporre al vaglio delle vostre coscienze le azioni che vi si chiede di compiere, certi come possiamo essere che comunque esiste un giudice supremo al quale ognuno di noi dovrà rendere conto.

Ed a proposito di Giudice Supremo vi racconto una storia avvenuta poco meno di 300 anni fa; si tratta della vicenda che ha come protagonista il mugnaio Arnold di Potsdam.

Questi si vide costretto a non pagare l’affitto che doveva al proprietario del mulino perché l’acqua che ne consentiva il funzionamento era stata deviata, più a monte, da un barone per costruire una peschiera.

Correva l’anno 1770. Citato in giudizio a causa del mancato pagamento del fitto, Arnold venne condannato a pagare il dovuto dal giudice. Non potendo soddisfare il credito, il mugnaio fu costretto a vendere all’asta l’attività e a cedere il mulino che fu acquistato da un prestanome che ben presto lo rivendette al proprietario della peschiera, causa della rovina di Arnold.

A questo punto Arnold e sua moglie Rosina avviarono una lunga battaglia legale che coinvolse vari gradi di giudizio in cui i fatti furono esaminati da giudici inetti o supini al volere del potente, talvolta addirittura corrotti, i quali dettero sempre torto agli sventurati coniugi che furono pure condannati a rifondere le spese di giudizio quantificate in 3000 groschen; a questo punto Rosina pronunciò la fatidica frase “Ci sarà pure un giudice a Berlino”.

Dopo una serie di cocenti sconfitte e di ulteriori delusioni finalmente, dopo che Rosina aveva rivolto un’ultima petizione al Re questi il 14 dicembre 1779 (… siamo a meno di dieci anni dalla presa della Bastiglia e dall’inizio della Rivoluzione francese), dopo aver esaminato personalmente la materia decise che la pronuncia era palesemente ingiusta e decretò che essendo la giustizia amministrata in nome del Re era stato abusato del suo nome, e, poiché, parole del Re, «un tribunale ingiusto è più pernicioso d’una banda di ladri, perché contro questi potete difendervi, non così contro quello»,(integralmente tratto dal sito web Giustizia insieme. La giustizia tra verità inventate e storie parziali)fece portare in prigione i giudici inetti e quelli corrotti condannandoli ad almeno un anno di fortezza, nonché al risarcimento del danno verso gli Arnold che furono risarciti con «1.358 talleri, 11 groschen e 1 pfennig».

Il mulino, requisito al rapace e disonesto barone, fu restituito ai coniugi; sia pure dopo un lungo lasso di tempo la Giustizia aveva trionfato.

Ed oggi Fratelli carissimi sento il dovere di ricordare, perché il suo altissimo magistero morale sia di lezione a tutti, colui che è stato un martire della libertà, l’onorevole Giacomo Matteotti , di cui tra due giorni, il 10 giugno, cadrà il centenario dell’omicidio, ucciso per aver apertamente denunciato i brogli che avevano contrassegnato la tornata elettorale che si era appena svolta e per essersi opposto alla protervia del liberticida potere che si stava instaurando in Italia; l’Alta Corte di Giustizia del Senato, serva del potere politico, imbastì un processo farsa che si concluse come sappiamo.

Tuttavia, e questo sia di monito ai tiranni, il ritorno alla legalità nel dopoguerra portò all’annullamento di tutte le sentenze emanate di modo che il processo fu nuovamente istruito ed i responsabili condannati; anche in questo caso la Giustizia aveva trionfato.

Fratelli carissimi Nietzsche sosteneva che Dio è morto, per indicare che l’idea della divinità non è più fonte di alcun codice morale il che conduce al rifiuto di credere in un’oggettiva ed universale legge morale che lega tutti gli individui e, se dovessimo solo considerare tanti avvenimenti che sono sotto i nostri occhi, non potremmo che essere d’accordo con lui, ma io preferisco credere al messaggio di Francesco Guccini il quale ha scritto in una sua bellissima canzone che tutti conoscerete  se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”; le ultime strofe di questa canzone sonoIn ciò che noi crediamo, dio è risorto; In ciò che noi vogliamo, dio è risorto; Nel mondo che faremo, dio è risorto”.

Per concludere, cari fratelli, l’ammonimento che ci viene dal simbolismo degli antichi Dei presenti nei nostri Templi appare chiaro: nel percorso esoterico massonico come nella vita profana il solo uso della forza, soprattutto se messa a servizio delle nostre passioni – e tra esse la più deleteria, è la smania di potere – non ci appartiene, è controiniziatica!

Le nostre virtù, al contrario, sono la tolleranza, che permette la presenza di idee diverse e non il dogmatismo, il dialogo e non le tavole di accusa, il giudicare con equità, senza faziosità, rispettando la volontà e le scelte dei fratelli – anche di quelli che non la pensano come noi – e non appigliarsi a formalismi per far prevalere la nostra opinione.

Il desiderio di potere porterà prima o poi ad un sicuro fallimento; solo, al contrario, coniugando la forza con l’amore potranno scaturire comprensione e tolleranza e si potrà ristabilire la Concordia.

Il Sovrano Gran Commendatore

Giulio Nigro, 33°

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