Competere senza distruggere

Carissimi Fratelli, l’Olimpiade ricorda che si vince solo accettando i limiti. I propri e quelli degli altri. Tutto vero, ma profondamente insufficiente.

Perché le Olimpiadi, prima ancora di essere un evento, sono un’idea.

E le idee, quando sono grandi, sopravvivono ai buffet.

Nel mondo ellenico, le Olimpiadi, nascono come sospensione del conflitto. Letteralmente. L’ekecheiria, la tregua olimpica, era un patto sacro e, pertanto, le guerre si fermavano: non per buonismo, ma per civiltà. Perché, competere non significava distruggere l’altro, ma misurarsi con lui. Che è una cosa molto più difficile. Alle Olimpiadi antiche non si celebrava solo il corpo allenato, ma il corpo disciplinato, cioè governato dalla mente. L’atleta era un cittadino che teneva insieme l’armonia possibile tra forza e misura. Non vinceva il più violento, ma il più giusto nel gesto.

Oggi tutto questo sembra un’eresia. Il valore etico, cioè trasformare l’agonismo in regola, la competizione in linguaggio condiviso. Le stesse regole, lo stesso campo, lo stesso tempo.

In un mondo che vive di scorciatoie, i Giochi Olimpici ricordano una cosa semplice e radicale: si vince solo accettando i limiti. I propri e quelli degli altri.

Questo richiama una responsabilità simbolica: significa dire ancora che il merito conti, che l’impegno abbia un senso, che la differenza tra vincere e trionfare stia nel come ci si arriva. Non è nostalgia classica: è attualità pura.

Tutto questo non serve a dimostrare che siamo i più forti. Serve a ricordarci che possiamo essere migliori, più leali: è l’unica aristocrazia rimasta. Ovviamente tutto passerà, ma se restasse anche solo l’idea che competere non è schiacciare, che eccellere non è umiliare, che il successo non vale nulla senza regole… allora sì: potremmo considerarci davvero fratelli.

Il Sovrano Gran Commendatore, Andrea Roselli

 

 

FacebookTwitterWhatsAppEmail